La storia che ha chiuso il lungo Dopoguerra dei territori al confine tra l’Est e l’Ovest europeo è emersa dalle dinamiche pacifiche dello sviluppo economico e della maturazione culturale che hanno portato a un’integrazione politica senza precedenti. Anche soltanto trent’anni fa sarebbe stata inimmaginabile un’Europa come l’attuale, unita dal Portogallo alla Polonia, dalla Scandinavia alla Romania, dotata in larga parte di un’unica moneta e riferita per le decisioni di ultima istanza a un unico insieme di istituzioni comunitarie. Le controverse vicende che l’Unione Europea ha conosciuto negli ultimi anni non fanno che confermarne la raggiunta centralità istituzionale e dimostrano l’emergere di una domanda continentale di coordinamento politico ancora maggiore, proprio sulla scorta delle pressanti esigenze dell’economia e della società. Di conseguenza, anche le organizzazioni regionali e metropolitane tradizionali si vanno riorganizzando in aggregazioni più razionali rispetto alle esigenze contemporanee per costruire il futuro del territorio. Questo sviluppo accelerato non poteva che mettere in discussione antichi confini e, a maggior ragione, far sparire più recenti divisioni: come quelle che avevano tagliato in due Berlino e avevano separato Gorizia dalla sua vocazione interculturale. La ricostruzione è finalmente cominciata.

 

Mentre la regione dell’Adriatico Interno si aggrega attorno alle opportunità offerte dalla sua geografia, al confine tra Italia e Slovenia nasce una nuova città di oltre 70mila abitanti, che parlano due lingue e condividono servizi di trasporto, fonti di energia, istituzioni e iniziative di integrazione affidando il proprio destino a un’istituzione internazionale come il Gect capace di interloquire con inedita autonomia di azione con gli stati di origine e con le istituzioni della prospettiva europea.

 

Ma non è che l’inizio. Una città nasce quando la si pensa, ma si sviluppa quando la si vive. L’integrazione e il recupero di relazioni umane, sociali, culturali tra le comunità che sono state artificialmente separate per tanto tempo si costruisce giorno per giorno attraverso la condivisione dei sevizi, la sinergia delle organizzazioni, la pratica della coesistenza. Lo sviluppo di interessi in comune. La condivisione di risorse. La consapevolezza di un futuro che siamo noi a costruire.

Che quel futuro possa essere migliore dipende dalla prospettiva che si sceglie per valutarlo. E se c’è una sfida che una nuova città interculturale può candidarsi ad affrontare in modo originale – sapendo che le unicità territoriali sono un vantaggio fondamentale nel quadro della globalizzazione – è proprio quella di darsi una prospettiva attenta ai paradigmi economici emergenti, fondati sulla generazione di valore culturale, sulla riqualificazione dell’ambiente, sull’intensificazione delle relazioni umane. Una nuova città per un nuovo paradigma economico.